Immaginate di essere un docente di scuola superiore, un lunedì mattina, e di scoprire che metà degli studenti ha preparato l’interrogazione con un assistente conversazionale, che uno di loro consegna un tema scritto quasi interamente generato da una macchina, e che un altro, invece, ha usato lo stesso strumento per capire finalmente un passaggio che a lezione gli era sfuggito. Tre usi diversi della stessa tecnologia, tre esiti opposti sul piano dell’apprendimento. È in questo scenario, ormai quotidiano, che si gioca oggi il ruolo dell’insegnante: non nel decidere se l’intelligenza artificiale entri in aula, perché è già entrata, ma nel governare come.
Le attività in cui gli strumenti di intelligenza artificiale eccellono sono ormai numerose: sanno sintetizzare documenti complessi, rispondere a domande, spiegare concetti a livelli di difficoltà diversi, correggere e riformulare testi, tradurre, proporre esempi ed esercizi, generare immagini e schemi. Va però ricordato che non sono infallibili e, pertanto, il loro impiego richiede sempre spirito critico e verifica.
In aula l’IA può diventare un prezioso alleato del docente. Consente di preparare materiali differenziati in base alle caratteristiche di ciascun studente, di generare rapidamente esempi e quiz, di adattare le spiegazioni al livello di ciascuno e di ideare attività laboratoriali. In particolare, offre un valido supporto agli studenti con bisogni educativi speciali e disturbi specifici dell’apprendimento, attraverso la sintesi vocale, la riformulazione e l’adattamento dei testi e delle modalità di accesso ai contenuti. Può fungere da tutor personalizzato, offrendo a ciascuno un ritmo e un supporto su misura, e può liberare tempo prezioso da dedicare alla relazione educativa, che nessuna macchina potrà mai sostituire. L’insegnante resta il gestore di tutto il processo: sceglie, valuta e contestualizza ciò che lo strumento produce. Tutto ciò presuppone però una formazione mirata e approfondita per i docenti. Uno degli aspetti più disorientanti per gli studenti, infatti, è convivere con insegnanti che vietano questi strumenti e con altri che li incoraggiano: una policy d’istituto, o almeno un patto d’aula esplicito, è oggi parte integrante del lavoro didattico.
Più delicato è l’uso da parte dello studente. L’IA può aiutare a chiarire un dubbio, a ricevere un feedback immediato, ad approfondire un argomento o a organizzare lo studio. Il rischio, però, è che si sostituisca al processo di apprendimento anziché migliorarlo: delegare per intero un saggio breve, una versione di latino o un problema significa rinunciare non solo al risultato, ma anche al pensiero che quel compito mette in moto, perché la fatica dello scrivere e del risolvere non è un ostacolo da rimuovere, ma è proprio il momento in cui avviene l’apprendimento. Come con un compagno di studio esperto, ci si confronta e non si copia; anche l’IA va usata allo stesso modo. Inoltre, poiché anche il feedback dell’IA può essere errato, va verificato non meno dei contenuti che genera. Dichiarare quando e come si è usato lo strumento, infine, è parte della responsabilità per il risultato finale. Sviluppare la capacità di valutare criticamente ciò che l’IA propone è la vera competenza da coltivare.
Va poi tenuto presente l’aspetto dell’equità della persona. L’accesso a questi strumenti non è uguale per tutti: se lasciato al caso, il divario digitale rischia di ampliare le disuguaglianze anziché ridurle, ed è compito della scuola evitare che la tecnologia diventi un vantaggio per chi già ne ha.
In conclusione, l’intelligenza artificiale non va né demonizzata né idealizzata. È uno strumento potente che, se governato con consapevolezza, può arricchire la didattica e personalizzare l’apprendimento; se usato acriticamente, rischia di impoverire proprio le competenze che la scuola deve formare. La sfida non è vietarla, ma insegnare a usarla bene: con senso critico, responsabilità e attenzione a che sia una risorsa per tutti.
Fabrizio Silvestri
Sapienza Università di Roma

